Il futuro dell’umanità secondo Teilhard de Chardin.

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Pubblichiamo la conclusione di un articolo apparso su «la Croix» del 6 febbraio 2014, scritto da Henri Madelin (sacerdote gesuita).

Padre de Lubac e poi Padre Martelet, che ci ha appena lasciati, hanno sempre affermato nelle loro costruzioni teologiche che la figura e l’opera di Teilhard sono aiuti preziosi per offrici una visione aperta del futuro e guidare i nostri passi verso il “punto Omega”. Questo ultimo termine segnerà la fine del nostro grande viaggio nel tempo. L’umanità riunita si riconcilierà con Cristo salvatore delle nostre sofferenze e delle nostre gioie.
Naturalmente, secondo lo stesso Teilhard, l’umanità può perdersi lungo il cammino e scivolare verso un terribile caos se s’irrigidisce nell’immobilità e nell’ostilità reciproca. Ma questo uomo di scienza e di fede pensa che la ricerca dell’unità prenderà il sopravvento perché è conforme al movimento stesso della creazione fin dalle origini.
L’unione è creatrice di nuovi legami poiché «tutto ciò che sale converge». La «complessità crescente» che caratterizza lo stato del mondo attuale è il segno che il nostro universo è agitato dall’unione delle differenze in una sintesi sempre più alta e più vasta. «L’unione creatrice non dissolve l’uno nell’altro le cose che raggruppa (…) li conserva: addirittura li completa, come vediamo nei corpi viventi, dove le cellule sono tanto più specializzate quanto più appartengono a un essere elevato nella classificazione animale. Ogni anima più alta differenzia meglio gli elementi che unisce». Nell’ultima edizione della rivista «Teilhard aujour’hui» (ottobre 2013), Georges Ordonnaud cita un testo premonitore di Teilhard, scritto nel 1954, un anno prima della sua morte. Les Singularité s de l’espè ce humaine: «Se in questo momento parlare di organizzazione umana sembra essere (e probabilmente di fatto lo è ) un’utopia, chi ci dice che l’operazione non si attuerà da sola domani, quando l’Uomo si troverà spinto (…) verso qualche insospettata forma di “Senso di Specie”? (…) L’umanità domani dunque attraverserà (…) conflitti interiori ancora più violenti di quelli che conosciamo adesso. Ma questi fenomeni di tensione, proprio perché si svilupperanno in un ambiente umano molto più polarizzato verso il futuro, che noi non possiamo ancora immaginare, molto probabilmente perderanno la sterile amarezza tipica delle nostre lotte attuali». Il poeta Apollinaire l’aveva già formulato:
«Quanto è lenta la vita, e quanto è violenta la speranza ».

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